venerdì 5 febbraio 2021

L'audace condannato

Lentamente si accingeva a salire le scale che portavano al patibolo. La testa abbassata, il volto scuro, il passo claudicante, l'atteggiamento rimesso, caratterizzavano quella figura che poco si discostava dall'archetipo del condannato a morte. I segni della tortura erano visibili dal fondo della piazza. Quella piazza schiumosa e pullulante, febbricitante e livorosa, trepidante e angosciata. 
In attesa di quella funesta azione, le grida, gli spintoni e le liti per accaparrarsi il posto migliore si replicavano in ogni angolo tra la folla. Gustavo, scalzo e insudiciato, con un vestito cencioso lottava con i suoi consimili del popolo, a dispetto del suo nobile nome, per assistere alla prima esecuzione dell'anno. Piccolo, minuto, agile, scaltro, bramoso e impaurito, partendo dal vertice basso della piazza riuscì a sgattaiolare nel punto più prossimo al palco.
"Che ci fai qui?" intimo un baciapile di nero vestito.
"È qui lo spettacolo" intimorito rispose il fanciullo.
L'uomo scuotendo la testa spinse indietro Gustavo, che come una molla tornò al suo posto, provocando un irritato borbottio nell'uomo.
D'un tratto il silenzio pervase l'intera folla. Il condannato era giunto sul patibolo. La massa assetata di sangue era pronta ad esplodere alla vista della testa rotolante del condannato, che come una palla da biliardo si imbucava nella cesta di vimini, immortalata ad imperitura memoria con l'ultima smorfia di consapevole morte. La ghigliottina lucente non attendeva che l'istantanea caduta per insozzarsi di sangue caldo, e stopparsi violentemente nel fine corsa, impietosa davanti al gracile collo dell'impotente giustiziato.
Tutto era già scritto. Il fatto stava per compiersi. Il rito, immutato, desiderato, si ripeteva nei suoi consuetudinari passaggi. Il boia alzò violentemente la testa tumefatta del condannato convinto di leggere la paura nei suoi occhi. Scioccato trovò un ghigno che lo paralizzò e che gli impedì per un attimo di mettere il cappuccio al condannato. Ecco l'attimo. Il condannato sgusciante come un anguilla tolse le manette, mal posizionate da una vecchia guardia, e si lanciò contro il boia disarmato. Scontro feroce, ma pur preso di soprassalto l'energumeno ebbe facilmente la meglio del malconcio condannato, ed in un eccesso d'ira mista a paura trafisse con una lancia, scippata ad una guardia presente sul palco, il petto fiero dell'aggressore. La splendente lama della ghigliottina rifletteva i raggi solari, che di rimbalzo si proiettavano sulla punta grondante sangue della lancia, che rimase conficcata nel corpo inginocchiato del condannato, spirato esanime con le gambe piegate e la schiena distesa in terra. 
La massa visse il drammatico evento con l'aria intrappolata nei polmoni, non un fiato, non una parola, non un pianto, solo crescente tensione. 
"Che coraggio“ esclamò Gustavo, rompendo l'immobile silenzio. 
Coraggio, audacia, sfrontatezza, temerarietà, valore, erano le parole che correvano senza sosta sulle bocche dei popolani. 
“Signore, che uomo coraggioso si è dimostrato il condannato." disse il fanciullo importunando il bigotto. 
"Non serve coraggio per fare qualcosa quando non puoi fare nient'altro." sentenziò l'uomo allontanandosi contrariato. 



sabato 30 gennaio 2021

Il benefattore inconsapevole.

Oggi immaginavo il primo indigeno che mentre solo ed audace perlustrava le foreste dell'America meridionale si imbatteva per la prima volta nella pianta di cacao. Stupito dalla strana forma del frutto ne prelevava i semi, ed attraverso casuali e fortunose manipolazioni riusciva in poco tempo ad ottenere il dolce e delizioso cacao.
Assaggiato in maniera timorosa, il risultato della sua accidentale opera, provava l'estasi della prelibatezza inaspettata, e colto da innato senso di ingordigia ingurgitava ogni singolo granello di polvere prodotto. Dopo mesi di egoistica voracità, l'indigeno mosso da un inaspettato senso di solidarietà si lanciava di corsa verso il suo villaggio per condividere la meravigliosa scoperta con i suoi pari. Giunto stravolto nel suo villaggio, invitava i suoi cari a degustare questa sconosciuta polvere. Quest'ultimi diffidenti e preoccupati per l'aspetto particolarmente agitato del loro caro scopritore rifiutavano la misteriosa offerta. Questa terrea polvere non colpiva il loro occhio né per la forma né per la consistenza né per l'odore acre. Inoltre l'aspetto da folle ed il fisico appesantito dell'indigeno non erano per niente un buon biglietto da visita. Le insistenti richieste di degustazione da parte dell'indigeno ai propri cari suscitavano l'interesse della folla, che incuriositi da questo strano tramestio si aggregavano spontaneamente, partecipando gradualmente alla diffidenza collettiva. In pochi minuti quella che doveva essere una generosa offerta diventava una disputa dove le fazioni in campo si dividevano in due schieramenti: da una parte la massa sospettosa di no-ciok e dall'altra parte il solo indigeno, allibito per la reazione inattesa della sua comunità. La disputa degenerava in tumulto, le posizioni si esasperavano, gli animi si accendevano e questo provocava la discesa in campo del padre spirituale della comunità, che bollava come malvagia quella pericolosa sostanza e condannava l'eretico indigeno alla pena capitale per aver tentato di corrompere la società, dopo essersi corrotto egli stesso per averla assunta con diabolica ingordigia.
Tra strazianti pianti e grida disperate l'indigeno veniva condotto agli arresti, mentre la guida spirituale sequestrava la sua borsa di cacao imponendogli la confessione del luogo in cui la stessa era stata ritrovata.
Spaventato dagli eventi e dalla vicina reclusione l'indigeno confessava, al solo guru, non solo il luogo del ritrovamento, ma anche il fortunoso meccanismo necessario per l'ottenimento della squisita polvere ed implorava la guida di assaggiare quella delizia divina, senza per questo riuscire a scampare alla prigionia. 
Tornato nella sua solitaria casetta, il guru, provava l'ebbrezza dell'ignoto, e incuriosito dalla sconosciuta sostanza si fiondava con la testa sulla stessa uscendone con le papille gustative in visibilio.
La mattina seguente la pena capitale per l'eretico indigeno veniva eseguita sotto gli occhi maliziosi del guru, che oltre a presenziare all'esecuzione perdonava l'anima dell'inconsapevole benefattore.
Trascorso il giusto tempo, il guru imponeva una nuova legge divina: per volontà dell'Altissimo si poteva consumare la polvere di cacao, però solo se ottenuta secondo il metodo che il Sommo Spirito aveva comunicato in maniera esclusiva al solo guru, e dietro contemporanea offerta in danaro per le anime pie degli antenati, che lo stesso guru provvedeva a raccogliere e conservare.

martedì 27 ottobre 2020

L'opinione degli esperti

Dopo tanti mesi dallo scoppio della pandemia il nostro approccio alla scienza è ancora immutato, con un dibattito, sia televisivo che social, caratterizzato da un'attitudine dei commentatori ad accettare i pareri degli esperti in maniera più religiosa che scientifica.
In questo periodo di profonde incertezze la gente comune ha cercato nelle persone autorevoli (virologi, epidemiologi, infettivologi, anestesisti) delle risposte assolute che dipanassero il campo da tutti i loro dubbi e consegnassero una via per uscire da questa realtà surreale.
Così facendo nel corso del tempo si sono formate due opposte tifoserie, ognuna di esse disposta ad accettare in maniera dogmatica solo la versione del virologo utile a corroborare le teorie e i desideri intimi della sua particolare fazione, confondendo una scienza, che progredisce per evidenze, con una religione, che si accetta in maniera fideistica.
Ai miei occhi parte delle colpe di questa situazione sono ascrivibili agli organi di informazione, più interessati alle contrapposizioni, che innalzano gli ascolti ma non garantiscono una corretta divulgazione scientifica, e allo Stato, che ha supplito in maniera paternalistica il cittadino senza occuparsi di dargli gli strumenti adatti per capire e processare la realtà.
Pur consapevole dello spazio limitato, della scarsa diffusione del mio blog e in rapporto alle mie magre conoscenze ci tengo a rilanciare la
classificazione dei livelli di evidenza affinché ognuno possa conferire il giusto peso alle parole ed alle opinioni degli esperti.
Ciò detto bisogna tenere presente che la medicina è in continua evoluzione quindi nulla toglie che un'evidenza classificata con un livello 1a potrebbe essere smentita nel tempo o aggiornata da una nuova serie di ricerche, che potrebbero beneficiare della raccolta di ulteriori dati, di un miglioramento nel campionamento della popolazione presa in esame e/o della riduzione dei bias presenti negli studi antecedenti. 
In ultimo ci tengo a precisare che con questo post non voglio mettere in discussione il valore dei singoli commentatori, ma intendo rappresentare ai più che la scienza non è una realtà immutabile che vive di dogmi, ma un campo aperto pieno di nuovi interrogativi. 





Fonte immagine: www.evidencebasednursing.it › ...PDF
Piramide delle evidenze basate sul tipo di quesito clinico





Giuseppe Cerullo 

mercoledì 23 settembre 2020

Crisi dei sovranisti

La parabola discendente dei populisti in salsa sovranista è l'evidente epilogo di queste elezioni regionali che vedono un netto arretramento in termini percentuali della Lega rispetto alle precedenti elezioni Europee, tenute poco meno di un anno fa, ed un risultato al di sotto delle attese di Fratelli d'Italia, attestata dai sondaggi oltre il 15%.
Questa tendenza che colpisce in maniera inesorabile tutti i movimenti/partiti che si alimentano direttamente del fervore popolare (Renzi, Cinque stelle docet) ha origine nella pretesa dei leader di queste formazioni di far saltare il banco e prendere tutte le fiches.
A tal proposito possiamo ricordare la personalizzazione del referendum costituzionale del 2016 da parte di Renzi, della pretesa di governare da soli del Movimento 5 Stelle ed in ultimo della brama di arrogarsi i pieni poteri da parte di Salvini; ma ogniqualvolta che è stata tentata una fuga in avanti i cittadini hanno rispedito al mittente questa eventualità, non tanto per rigettare la proposta (temo), ma per delegittimare il proponente (molto probabilmente).
Inoltre la disperazione per la possibile irrilevanza annusata dalle varie opposizioni che si sono succedute ha fatto sì che quest'ultime trovassero il modo e/o le risorse per limitare lo straripamento e la rottura degli argini dell'equilibrio democratico: attraverso una imponente campagna referendaria contro Renzi; attraverso l'ostracismo verso i grillini; attraverso l'accordo Renzi-Grillo per spedire Salvini all'opposizione rendendolo marginale.
Per riassumere in maniera chiara e coincisa i concetti succitati farò mie le parole di un saggio: "La vita è un equilibrio tra il saper approfittare della propria fortuna e il non peccare di cupidigia, infatti bisogna raccogliere la vittoria finché ferve la sorte, ma allo stesso tempo non bisogna spingere alla disperazione l'avversario perché la necessità è una maestra violenta".

G.C.

martedì 22 settembre 2020

Seneca, Montaigne ed il piacere di vivere secondo virtù

Il piacere non è la ricompensa né la causa della virtù, ma un aggiunta, e non piace perché diletta, ma, se piace, allora diletta. (Seneca)
La virtù è saper accettare con la stessa disposizione d'animo le gioie e le sofferenze della vita, senza esosità, senza tripudio, senza costernazione, ma con moderazione.
I selvaggi sono diretti, non hanno intermediazione, sono veri, sono così come li vedi, non hanno filtri; viceversa è difficile mantenere la compostezza, ma proprio per questo possederla è segno di grande educazione. Altresì è un incivile indiscrezione equiparare la capacità di dissimulare le emozioni alla falsità, perché solo le bestie possono farsi vanto della loro indisciplina, della loro incontinenza, della loro incapacità ad autocontrollarsi.
Ciò detto il completo contegno è l'aspirazione del saggio, perché come ammoniva Montaigne solo le emozioni mediocri si lasciano assaporare e digerire.
G.C.

domenica 13 settembre 2020

Paola Gaglione e la negata libertà di vivere

L'elenco delle vittime dell'omofobia diventa anche oggi più lungo.
Paola Gaglione, figlia, sorella e innamorata si aggiunge alla lunga lista delle persone barbaramente uccise dalla folle violenza omofoba.
L'aspetto più deprimente di questa triste storia è l'arrogante ingerenza del fratello nel perimetro delle libertà individuali di Paola.
Sia chiaro, lo stesso concetto di perimetro affiancato alla parola "libertà" innalza in maniera incontrollata il livello di disagio personale per ogni animo libero, ma il vivere in società impone dei sacrifici, ed ognuno è costretto a rinunciare a parte della propria libertà per causa di forza maggiore.
In questo articolo l'omicidio non è il reato in discussione, l'omicidio è solo la naturale conseguenza della convinzione per cui le libertà individuali possano essere amministrate in maniera discrezionale, arbitraria e coercitiva dalla collettività; indifferentemente che siano esse la comunità, il nucleo familiare e/o il partner.
Il problema in oggetto non è solo l'orientamento sessuale, ma l'intima convinzioni dell'aggressore di poter disporre della vita, delle azioni e dell'amore della vittima.
Ciò detto pare nitido che il motivo dell'aggressione siano rintracciabili nella lesa onorabilità dell'aggressore, che probabilmente provava repulsione per essere etichettato nel suo rione come il fratello della lesbica: "il cognato di Ciro".
Ed ecco che pian piano viene fuori l'ennesima concausa di una tragedia annunciata: l'ignoranza, la miseria e l'emarginazione sociale; il terreno di coltura per ogni forma di violenza.
Il timore è che l'ennesimo moto di indignazione sarà fine a sé stesso, che neanche questa volta si lavorerà sulle cause, che domani sarò qui a parlarvi di un nuovo delitto, un nome diverso, ma la stessa storia.

martedì 8 settembre 2020

Willy Monteiro Duarte e una società matura

Se ognuno di noi volesse partecipare in maniera personale al dolore che provoca ogni delitto che accade in Italia e nel mondo vivremmo in preda ad uno schizofrenico pendolo di ansia e dolore (semicit.). Inoltre questa sedicente depressione, rabbia e sdegno collettivo manifestato a mezzo social dall'intera comunità del web emana un profondo olezzo di ipocrisia, soprattutto se paragonata al nostro agire quotidiano. L'egoismo, la solitudine ed il volontario isolamento sono tratti caratteristici della nostra società, che si presenta come un insieme di singoli rinchiusi nella propria bolla, ma desiderosi al contempo di apparire solidali con il sentiere comune. Ogni crimine è odioso; soprattutto la morte di un giovane ragazzo per futili motivi può creare sconcerto, ma una società matura dovrebbe analizzare le cause alla base di determinati fenomeni senza adottare quel processo di deresponsabilizzazione che avviene quando ognuno punta il dito, configurando una separazione chirurgica tra il concetto di "Noi" e "Loro".
Una società matura dovrebbe capire non condannare, per quello c'è la magistratura.
Una società matura dovrebbe considerare le tappe per le quali quella colpa è passata. 
Una società matura di fronte ad un delitto dovrebbe essere poco indulgente con sé stessa.
Una società matura dovrebbe creare degli anticorpi, dovrebbe prevenire i potenziali pericoli oppure dovrebbe fare in modo che gli stessi errori non si ripetano sistematicamente.
Una società matura è fatta da tanti singoli maturi, quindi nessuno di Noi è escluso da un processo di autoanalisi.
Una società matura non può e non deve chiedere una pena esemplare, perché modificherebbe quello che è la finalità della pena, ma aspettarsi una pena equa in rapporto al delitto commesso.
Non sarà la tortura dei rei ad evitare che simili reati saranno commessi in futuro, il nostro livore non sarà la soluzione a nessun problema, il nostro finto sgomento non ci renderà agli occhi degli altri persone migliori, l'esemplare punizione non ci restituirà la vittima; tutto quello che possiamo fare è cercare di analizzare le cause, capire le dinamiche e costruire un futuro diverso, ma nel frattempo la condanna dei colpevoli sarà materia di giustizia penale, non mediatica.